Perché le riforme del Cav ora si ritrovano contro un doppio fronte manettaro

La strada per una riforma che ripristini le garanzie costituzionali per i cittadini che finiscono nel tritacarne mediatico giudiziario, nonostante il piglio garibaldino con cui la affronta Silvio Berlusconi, resta tutta in salita.
30 DIC 08
Ultimo aggiornamento: 06:07 | 16 AGO 20
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La strada per una riforma che ripristini le garanzie costituzionali per i cittadini che finiscono nel tritacarne mediatico giudiziario, nonostante il piglio garibaldino con cui la affronta Silvio Berlusconi, resta tutta in salita. Si tratta infatti di contraddire opinioni e comportamenti consolidati, in un quadro anomalo, che vede in Italia, a differenza dal resto del mondo, la sinistra schierata con il partito delle manette, mentre la destra vecchia e nuova fatica ad allontanarsi dalla lettura più elementare e quindi forcaiola dello slogan “legge e ordine”, che campeggia sulle bandiere dei conservatori da sempre e dappertutto.
Questa anomalia italiana, nata dall’illusione della sinistra ai tempi di Achille Occhetto di impadronirsi del potere grazie alla dissoluzione degli avversari politici spolpati da Tangentopoli, si innesta peraltro su una cultura che, dall’Unità d’Italia in poi, si è sempre rifugiata nel moralismo. Da Giosuè Carducci a Gabriele D’Annunzio, da Luigi Pirandello a Gaetano Salvemini, per arrivare a Pier Paolo Pasolini, gli intellettuali italiani più influenti hanno gareggiato per un secolo e mezzo nel diffamare la politica “lutulenta”, i governi “del malaffare”, i partiti da “processare in piazza”. Anche quelli che oggi vengono generalmente considerati esempi di limpido spirito di servizio allo stato – da Giovanni Giolitti ad Alcide De Gasperi – furono dipinti come capi di mazzieri elettorali o come “forchettoni”. I sedimenti di questo moralismo acrimonioso si sono depositati nella mentalità popolare e nella concezione della politica anche di partiti come la Lega nord e Alleanza nazionale, che infatti si presentarono come fervidi sostenitori del giustizialismo di Mani pulite, arrivando persino a esporre i lugubri cappi del boia in Parlamento. Naturalmente alla base di questo fenomeno c’era anche un dato reale, determinato dalla condizione particolare di una democrazia senza alternanza, che sostituiva il ricambio di classi dirigenti alternative con il sostanziale consociativismo. Venute a cessare le ragioni di carattere internazionale che decretavano l’esclusione dei comunisti, e specularmente dei post fascisti, dalle responsabilità di governo, il sistema consociativo, destinato a crollare assieme alle cause che l’avevano determinato, fu invece massacrato da un’iniziativa giudiziaria che si presentava come rivoluzionaria. Ora il sistema di alternanza c’è, nessun partito può pensarsi come indispensabile in ogni coalizione adatta a governare, così come nessuno è escluso a priori. Questo dovrebbe far considerare del tutto fisiologico il rientro nelle caserme dell’armata giudiziaria che aveva invaso lo spazio politico col pretesto di moralizzarlo.

La resistenza corporativa

Invece la resistenza corporativa del sistema giudiziario mantiene un vasto sistema di alleanze e di comprensioni, anche in campi impensati. L’ordine forense, per esempio, che ha da sempre chiesto riforme garantiste, criticando come troppo tiepide anche quelle avanzate dal centrodestra, ha un’estensione del tutto anomala (gli avvocati italiani sono dieci volte quelli francesi) che è connessa al malfunzionamento di una giustizia dalla lentezza e dalal cavillosità esasperante. Non è forse un caso che, per esempio, le posizioni più critiche sull’esigenza di limitare drasticamente le intercettazioni vengano, in Alleanza nazionale, da figure strettamente legate alla professione forense. Nella Lega nord, che pure oggi esercita con competenza i suoi compiti ministeriali, continua a pesare, soprattutto nei settori che non hanno abbandonato del tutto le illusioni separatiste, lo slogan della lotta contro “Roma ladrona”, nel quale si fondevano istanze autonomistiche a una rabbia giustizialista. Peraltro la fase attuale, in cui l’iniziativa , anche scomposta, delle procure soprattutto meridionali mette sotto accusa il sistema di potere del centrosinistra nel sud, conferma tanti leghisti nella loro convinzione di una irrimediabile degradazione morale e civile di quelle regioni. Infine, ma non per ultimo, bisognerà sormontare l’interesse della grande informazione, che ha assunto una posizione “terzista” dopo la sconfitta dell’aspirazione a una soluzione tecnocratica del contrasto politico tra i poli, al mantenimento di un ruolo che ha conquistato attraverso il sistema mediatico-giudiziario. Anche grandi giornali italiani che pubblicano pagine e pagine di intercettazioni, magari accompagnate dalla misera foglia di fico di qualche editoriale che ne critica la diffusione illegale e selettiva, sanno che da una riforma garantista perderebbero potere, ed è naturale che questo non coincida con il loro interesse.